mercoledì 16 dicembre 2009

Dall'Austria all'Irlanda la crisi finanziaria torna a stringere l'Europa

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All'ultimissimo momento il vicino emirato Abu Dhabi ha scongiurato l'imminente default di Dubai World, grazie a un prestito da $10 miliardi. Tuttavia le prospettive per l'emirato di Dubai e soprattutto per i sui creditori esteri non sembrano affatto rosee soprattutto perché, come notato da Karl Denninger, la retorica ufficiale è molto attenta nello specificare che gli aiuti di Stato sono mirati ai creditori locali.

Ma per il momento Dubai ha perso i riflettori di questo atto della crisi che invece si sono rivolti sull'Europa.

Infatti, mentre è tutt'ora in corso la rotta dei mercati finanziari greci, tanto drammatica da strappare al premier Papandreou parole come "taglio della spesa" e "aumento delle tasse", rientrano ufficialmente nel vortice della crisi finanziaria anche Austria e Irlanda.



L'altro ieri il governo austriaco ha nazionalizzato la quinta banca del Paese la Hypo Alpe Adria concedendo un pacchetto di aiuti da 5,5 miliardi di euro. Che si sommano ai 90 miliardi di euro di aiuti di Stato già necessari per salvare le banche austriache a causa della forte esposizione verso i paesi dell'Est Europa citata tempo fa in Default sul debito pubblico italiano e uscita dall'euro, può accadere veramente?

E ieri è toccato al governo irlandese di dover ammettere la necessità di aumentare dal 25% al 50% la quota di capitale pubblico nelle due maggiori banche del Paese per rafforzarne il capitale. Che tradotto vuol dire per ripianare le perdite, già realizzate o previste, dell'ordine di qualche miliardo di euro.

Qualcuno è ancora sorpreso che il cambio euro dollaro sia passato da 1,51 a 1,45 in due settimane?

venerdì 11 dicembre 2009

Il rischio di default della Grecia si insinua nel debito della regione Lombardia

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Finalmente trovo un eccellente articolo finanziario su un giornale italiano e si tratta addirittura un articolo di inchiesta su cui i diretti interessati hanno preferito non commentare. Si tratta di merce rara e va accolta con tutti gli onori, complimenti a Morya Longo.

L'articolo sul Sole24Ore di ieri Il pericolo greco minaccia il debito della Regione Lombardia racconta come più di 100 milioni di euro di titoli di Stato della Grecia (vedi Grecia: rischio di default sul debito pubblico, è una cosa seria?) siano in questo momento parcheggiati presso la UBS su un fondo della regione Lombardia con l'accordo che il potenziale rendimento dei titoli rimane alla banca svizzera mentre le potenziali perdite rimangono in capo ai cittadini lombardi. Invito a leggere l'articolo nella sua interezza perché l'operazione descritta è l'archetipo delle operazioni finanziarie fatte dalle nostre amministrazioni pubbliche, in cui l'incompetenza dei nostri amministratori è superata solo dal disprezzo dei banchieri per il benessere finanziario dei propri clienti. Ovviamente la notizia è quella del contagio del rischio greco su una amministrazione pubblica italiana che in teoria poco o nulla ha da spartire con la Grecia. Una componente fondamentale del panico del 2008/2009 è stata proprio questa: in un mondo finanziario così interconnesso e complesso (spesso inutilmente complesso) non è possibile prevedere dove affiorerà il prossimo cadavere e l'unica strategia di investimento possibile è di assumere che i cadaveri siano ovunque.

Come valore aggiunto però vorrei sottolineare come in questa operazione finanziaria ci sono una serie di chicche che non sarei mai riuscito a predisporre in un esempio di fantasia.



Cominciamo con il flagrante conflitto di interessi di UBS che piazza ad un proprio cliente (la regione Lombardia) dei titoli emessi da un'altro proprio cliente (il governo greco), evidentemente perché non è riuscita a smerciarli allo stesso prezzo presso investitori più accorti. Naturalmente incassando commissioni su entrambi i fronti.

Inoltre, l'intero accordo si basata sulla premessa che per qualche ragione sia conveniente per la regione Lombardia avere contemporaneamente un debito a lungo termine verso gli obbligazionisti e un credito a breve termine presso UBS. Le banche fanno il grosso dei propri utili, che non sono pochi, facendo esattamente l'opposto, concedono credito a lungo termine finanziandolo con debito a breve.

Dulcis in fundo, l'articolo sostiene che secondo gli accordi i proventi del fondo vanno alla UBS che però non lo garantisce, quindi la banca svizzera ha potuto allegramente riempirlo dei titoli più rischiosi in circolazione perché sono quelli che rendono di più... fino al giorno in cui vanno in default, ma questa eventualità non è un suo problema. Se le cose stanno veramente così si tratta di un clamoroso esempio del gioco d'azzardo preferito dalle banche il "testa o croce", nella famigerata variante: "Testa vinco io, croce tu perdi".

Sempre di più La luce alla fine del tunnel... non mi rassicura affatto.

martedì 8 dicembre 2009

Grecia: rischio di default sul debito pubblico, è una cosa seria?

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Dopo il breve panico finanziario acceso nel Golfo Persico, e di cui abbiamo parlato in Dubai Holding fa paura dopo il default di Dubai World, i mercati del credito si trovano ora a fronteggiare una nuova crisi di confidenza centrata sul rischio di default sul debito pubblico. E questa volta si tratta di un a Paese occidentale e addirittura interno all'Unione Europea: la Grecia.

Chi ci segue non sarà sorpreso di scoprire che l'Europa ha numerosi scheletri nell'armadio nella forma di Paesi che hanno seri problemi di gestione del debito pubblico, se ne è parlato ampiamente già da novembre dell'anno scorso:
Ai problemi cronici dei cosiddetti PIGS (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna) si sono aggiunte prepotentemente l'Irlanda e in maniera meno plateale anche l'Austria. In proposito è molto interessante il rapporto trimestrale di CMA sulla probabilità cumulativa di default dei titoli di Stato di tutto il mondo elaborato a partire dal valore di mercato dei Credit Default Swaps.

Ora la debolezza del governo greco comincia a preoccupare seriamente, soprattutto perché il debito pubblico greco stato declassato a BBB+ da Fitch, la più piccola delle tre agenzie di rating semi-monopoliste, ed è stato messo in revisione da parte delle altre due. Questa mattina la probabilità cumulativa di default è di oltre il 16% nei prossimi 5 anni (come termine di paragone l'Italia è data intorno al 6%, mentre Germania e Stati Uniti intorno al 2%).

Allo stato attuale non so giudicare il rischio di un evento di default imminente, come nel caso di Dubai World, ed è interamente possibile che si tratti di un semplice riprezzamento del rischio simile a quello che è avvenuto ad esempio per Argentina, Lituania e Islanda diversi mesi fa senza che il default si materializzasse nell'immediato.

Come italiani, abbiamo tutto l'interesse a seguire con attenzione quello che succede ad un membro dell'Unione Europea e dell'euro in difficoltà finanziarie, può tornarci utile.

domenica 6 dicembre 2009

Dubai Holding fa paura dopo il default di Dubai World

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Nelle ultime settimane il rischio di default sui titoli di Stato emessi dai Paesi ha finalmente fatto capolino sulle prime pagine dei giornali a causa del default della finanziaria pubblica Dubai World. Ma per capire cosa è successo bisogna partire la lontano.

Dubai in corsa come capitale finanziaria mondiale

Il boom immobiliare del piccolo emirato arabo di Dubai sarà probabilmente utilizzato come definizione di bolla speculativa immobiliare per generazioni e mi sento un po' in colpa a non averlo segnalato prima tra i Paesi da tenere d'occhio.

A differenza del vicino Abu Dhabi l'emirato di Dubai non ha riserve petrolifere degne di nota e il grosso dell'economia locale è basata sul turismo e sui servizi finanziari erogati ai ricchi e più turbolenti vicini. A partire dalla guerra del Golfo degli primi anni '90 Dubai si è affermato come capitale finanziaria regionale e nelle intenzioni del governo, tutt'altro che democratico, ha tentato di proporsi come centro finanziario di livello mondiale, in concorrenza diretta niente meno che con Londra e New York.



I piani in grande dello sceicco Maktoum III bin Rashid Al Maktoum e del suo successore Mohammed bin Rashid Al Maktoum si sono sposati con il boom immobiliare mondiale e hanno trasformato un lembo di deserto affacciato sul Golfo Persico in una città in cui non era previsto alcun limite al lusso e allo sfarzo in nome del mirabolante futuro di capitale finanziaria mondiale. Dubai City ospita (o ospiterà se e quando saranno completati) tra l'altro: il grattacielo più alto del mondo, tre arcipelaghi artificiali, un mega-centro commerciale con 5 piste da sci indoor e uno dei maggiori aeroporti mondiali.



Naturalmente le varie banche d'affari che hanno investito e fatto investire a Dubai  hanno dimostrato senza ombra di dubbio la viabilità economica di costruire 5 piste da sci indoor nel bel mezzo del deserto con una quantità di meticolose analisi di mercato basate sul previsto arrivo di orde di banchieri e hedge fund managers. Ma non dovrebbero le stesse analisi dimostrare che identiche piste da sci indoor sarebbero almeno altrettanto redditizie a Londra e a New York? Città che sono già oggi zeppe di banchieri e hedge fund manages?

La bolla immobiliare scoppia

Con l'avvento della crisi mondiale il futuro del grande centro finanziario sembra decisamente più incerto e dei i numerosissimi cantieri ancora aperti molti sono fermi per problemi finanziari o per mancanza di acquirenti finali. Sembra che qualcuno si sia finalmente chiesto la fatidica domanda: "Ma cosa ci faccio con un isola da sei milioni di dollari davanti a un pezzo di deserto se non trovo un altro gonzo a cui venderla a sette?"

Come da copione molti dei compratori sono fortemente indebitati con le banche locali e si sono trovati in brevissimo tempo con i mutui superiori al valore degli immobili acquistati. Salvo che a Dubai chi non paga i debiti finisce dritto in galera e le carceri dell'emirato sono forse l'unico bene immobile nemmeno sfiorato dal boom del lusso. Così si moltiplicano le storie di occidentali indebitati fino al collo che lasciano tutto e fuggono clandestinamente dal Paese, tanto che le auto abbandonate nel parcheggio dell'aeroporto internazionale sono diventate un elemento del paesaggio.

Il default di Dubai World

Il 25 novembre la finanziaria statale Dubai World, coinvolta in tutti i progetti immobiliari più stravaganti dell'emirato, ha chiesto ai propri creditori di poter posticipare il pagamento di un debito di $3.5 miliardi in scadenza a fine anno almeno fino a maggio 2010. Se il pagamento non avverrà a dicembre, anche se la richiesta fosse accolta le agenzie di rating dichiarerebbero il debito in default, anche se solo parziale.

Il debito totale di Dubai World è stimato in $59 miliardi, quasi interamente detenuto da stranieri e il governo di Dubai ha detto a chiare lettere che non intende accollarsi le perdite. Dopo l'iniziale reazione di panico i mercati finanziari si sono rapidamente scrollati di dosso la notizia, ma la portata dell'evento in sé e soprattutto del possibile effetto domino ancora non è chiara.

A chi fosse interessato consiglio i seguenti link:
E ora si guarda a Dubai Holding

L'attenzione del mondo finanziario si è ora spostata su un altro colosso finanziario a controllo pubblico la Dubai Holding che è la società che controlla la fortuna dello sceicco stesso e che ha accumulato miliardi di debiti al fine di finanziare lo sviluppo immobiliare commerciale a Dubai. Dubai Holding oltre ad essere, secondo una persona informata sui fatti, una "bloody mess" (tradurrei con "un casino assurdo" se mi concedete la licenza) è anche una proprietà della famiglia reale e come tale non segue le normali regole in caso di fallimento o di liquidazione. Prestare soldi a uno sceicco che nella propria terra può farsi le leggi che vuole potrebbe rivelarsi una idea anche peggiore di concedere un mutuo a un disoccupato di Miami.

Mai fu più appropriata l'espressione: "castelli di sabbia".

venerdì 13 novembre 2009

La Federal Reserve Bank of New York, il tuo nuovo padrone di casa

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Del groviglio di interventi straordinari realizzati dalla Federal Reserve durante i lunghi mesi del panico finanziario si sa tutt'ora poco e niente. La FED si è praticamente asserragliata dietro l'assioma che è assolutamente indispensabile mantenere il segreto assoluto al fine di garantire la stabilità finanziaria degli Stati Uniti. Non si deve sapere quali operazioni siano state fatte, chi ne sia stato il beneficiario e a quali condizioni, e soprattutto mai e poi mai si può rivelare come sia composto lo stato patrimoniale della FED.

Non valgono tutti i segni di ripresa dell'economia e dei mercati finanziari sbandierati ai quattro venti quando si tratta di dimostrare quanto governo e burocrazia siano stati bravi nel "salvarci" dalla "Seconda Grande Depressione", semplicemente regalando soldi gratis alle banche. Se solo trapelasse qualche dettaglio su "cosa" effettivamente è stato fatto, si rischierebbe istantaneamente il caos. Ma non solo il grande pubblico, nemmeno il Congresso americano potrebbe reggere a una vista del genere. Solo i banchieri centrali hanno lo stomaco per conoscere i dettagli. A noi basti sapere che tutto quello che hanno fatto lo hanno fatto per noi e i guadagni stratosferici delle banche "salvate" lo stanno a testimoniare.

Nonostante la difesa tetragona del segreto dell'attività della FED molto lentamente stanno emergendo alcuni particolari su alcune delle operazioni. L'ultima chicca è particolarmente gustosa: la FED è diventata l'orgoglioso proprietario di un centro commerciale a Oklahoma City (en), un gioiello di architettura commerciale che ha l'unico difetto di essere totalmente deserto.



Ma come è potuto accadere che la banca centrale più influente del mondo si trovi a contrattare gli affitti con dei negozianti di abbigliamento di Oklahoma City?

La storia inizia a marzo del 2008 con il collasso di Bear Stearns che viene "salvata" da JPMorgan con l'aiuto della Federal Reserve Bank di New York. Ossia JPMorgan, temendo di essere la tessera immediatamente successiva del potenziale domino, acquista il meglio di Bear Stearns per $1.1 miliardi, ma solo dopo aver lasciato alla FED la patata bollente di $29 miliardi di strumenti finanziari "illiquidi", o per maggiore precisione di dubbio valore.

Uno di questi strumenti finanziari "illiquidi" era un prestito al costruttore del centro commerciale di Oklahoma City garantito dall'immobile stesso. Una volta terminato il centro commerciale non è decollato e il costruttore ha mollato baracca e burattini al malcapitato finanziatore che si ritrova in mano una struttura vuota di valore molto minore del prestito residuo.

Un eccellente esempio di cosa sia esattamente il collasso del mercato immobiliare commerciale attualmente in corso negli Stati Uniti. E anche in Italia si direbbe, per lo meno a giudicare dalla quantità di cartelli "Affittasi uffici" e "Affittasi locali commerciali" che trovo sulla strada per andare a lavoro.

mercoledì 4 novembre 2009

CIT Group è il quinto fallimento più grande della storia, ma nessuno sembra accorgersene

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Come ampiamente previsto e atteso CIT Group, una finanziaria indipendente specializzata nel credito alle piccole e medie imprese, ha presentato i libri al tribunale fallimentare di New York richiedendo di seguire la strada della ristrutturazione del debito detta "Chapter 11".


In un fallimento di tipo "Chapter 11" il tribunale proporrà ai creditori dell'azienda un taglio sul valore del debito in cambio della proprietà dell'azienda. Ovviamente i proprietari precedenti, ossia gli azionisti e i possessori di azioni privilegiate, rimangono con in mano un pungo di mosche. Tra loro figura anche il governo americano che in uno dei numerosi piani di salvataggio aveva acquistato un paio di miliardi di dollari azioni privilegiate nell'ambito del famigerato piano TARP.



CIT Group è stata colpita dalla crisi economica che ne ha falcidiato i clienti e soprattutto dal collasso del mercato immobiliare commerciale tutt'ora in corso. In sostanza le piccole e medie aziende ottenevano da CIT dei finanziamenti commerciali utilizzando i propri immobili come garanzia o addirittura ottenevano dei mutui per poter costruire nuovi immobili. In una replica quasi esatta del mercato dei mutui sugli immobili residenziali da una parte la crisi economica ha impedito all'azienda di pagare e e dall'altra il crollo del valore degli immobili commerciali ha reso le garanzie non sufficienti a recuperare il credito residuo.

Il motivo principale per cui i $70 miliardi di debiti di CIT fanno così poca paura rispetto ai $600 miliardi di Lehman Brothers, che ha gettato i mercati finanziari mondiali nel panico più assoluto per giorni, è che il fallimento era stato previsto e preparato da tempo. Durante i numerosi tentativi di salvataggio degli ultimi mesi una parte delle perdite sono state trasferite sul contribuente americano e le numerose banche di Wall Street che figurano tra i creditori hanno ottenuto i trattamenti di favore che ritenevano opportuni. Inoltre utilizzando il fallimento "Chapter 11" l'azienda può di fatto continuare ad operare e una volta approvato il piano di ristrutturazione del debito ha la possibilità di fare utili. Almeno per un po' di tempo.

La dirigenza di Lehman Brothers di contro non aveva preparato un piano per tentare il fallimento "Chapter 11", perché fino all'ultimo si aspettava un salvataggio governativo. Quando poi il salvataggio è stato giudicato troppo oneroso da Paulson e Bernanke per Lehman non rimaneva che la strada del "Chapter 7" ossia la liquidazione forzosa dei beni dell'azienda, che poi si sono rivelati di valore spaventosamente inferiore rispetto a quanto iscritto a bilancio (en).

Questo è il punto fondamentale: CIT Group non sarà costretta a vendere i propri beni, ma potrà continuare a iscriverli a bilancio utilizzando valori di pura fantasia... e così l'intera Wall Street. Non c'è nulla di cui preoccuparsi.

giovedì 8 ottobre 2009

La Lettonia nuovamente a rischio di default fa paura alle banche Svedesi

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Torniamo su un tema che ci aveva appassionato nei lontani giorni del panico finanziario, il rischio di default dei Paesi Baltici ed in particolare della Lettonia.

Yves Smith di Naked Capitalism ha la traduzione inglese di un articolo svedese riguardo allo stato delle trattative tra Lettonia e IMF. Il bilancio preventivo per il 2010 dovrebbe essere approvato entro questo mese e i draconiani tagli di spesa richiesti dall'IMF per concedere l'agognato prestito sembrano ben lontani dal poter essere approvati da un governo che al contrario rischia il collasso. Da giorni circolano vari scenari di default o svalutazione della moneta lettone e ci si domanda quali banche rimarranno coinvolte e in che misura. E soprattutto quale sia il rischio che si inneschi un effetto domino con le altre economie in difficoltà, più o meno vicine.



Per quello che se ne sa le banche svedesi sono particolarmente esposte avendo elargito prestiti in euro a privati e aziende che oltre alla drammatica crisi economica (PIL a -18% in un anno) rischiano anche di dover far fronte ad una massiccia svalutazione della propria moneta, che corrisponde ad un aumento reale del debito residuo. Per quanto l'economia della Lettonia sia decisamente piccola nel caso che l'accordo con l'IMF salti il governo svedese è preparato ad affrontare una seria crisi bancaria. Naturalmente il fatto che lo scenario del default lettone è sul tappeto da diversi mesi ha dato tempo a banche e governi di prendere contromisure e implementare strategie di minimizzazione del danno. Anche nel caso che il sistema finanziario della Lettonia collassi in maniera simile a quello islandese gli effetti sul sistema finanziario mondiale dovrebbero essere molto limitati. Purché non si estenda il contagio.

Secondo il Ministero degli Affari Esteri la banca italiana più esposta è la solita Unicredit che però ha una penetrazione sul mercato lettone significativamente più bassa che negli altri paesi dell'est Europa e anche negli scenari peggiori non dovrebbe risentirne granché. Ancora, purché non si estenda il contagio.

Aggiornamento: oops! qualche ora dopo aver pubblicato questo post è circolata la notizia che un'asta  di debito pubblico lettone è andata deserta e che il ministro delle finanze ha assicurato che il Lat non verrà svalutato. Come nota Yves Smith, quando un Paese arriva a dover negare di voler svalutare la propria moneta, di solito è ormai troppo tardi.